Alzheimer: è vero che non si può curare? Dalle ricerche della Montalcini nuovi spiragli coi trattamenti epigenetici

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Alzheimer: è vero che non si può curare? Dalle ricerche della Montalcini nuovi spiragli coi trattamenti epigenetici

L’Alzheimer viene considerata una delle malattie per le quali non ci sono cure. Bisogna conviverci. Nuovi studi però stanno dimostrando come sia possibile rallentare, se non prevenire, la degenerazione dei neuroni: la causa principale dell’Alzheimer e di altre malattie neurodegenerative.

 

Perdita di memoria, disturbi nel linguaggio, disorientamento spaziale e temporale. Sono i primi sintomi dell’Alzheimer che poi aggravandosi porta ad una progressiva perdita di autonomia della persona ed evidenti alterazioni della personalità.
In Italia oggi sono stimati più di 500.000 malati di Alzheimer, compresi quelli con sintomi lievi. Bisognerebbe intervenire subito per fermare la degenerazione cellulare.
Non sempre è facile riconoscere fin dall’inizio la malattia che spesso si presenta come deficit di memoria; semplici dimenticanze che possono essere normali per l’età. Spesso si tende ad accettare questa situazione convinti che non esistano soluzioni e che sia normale per l’età. Ma non è così. Se non si fa nulla può progredire e ci si accorge della malattia quando la neuro degenerazione è già cominciata da tempo. E’ a causa di una progressiva perdita dei neuroni colinergici che insorgono i sintomi dell’Alzheimer. Questi neuroni sono quelli fondamentali per il rilascio dell’acetilcolina: il neurotrasmettitore principale grazie al quale i neuroni dialogano tra loro e gestiscono operazioni complesse come il ragionamento e la memoria. Più neuroni si perdono più la malattia diventa grave perché si interrompono le connessioni tra le varie aree del cervello.
Il cervello del malato di Alzheimer si presenta più piccolo, atrofizzato, rispetto ad un cervello normale e costellato da placche e grovigli dovuti all’accumulo di due proteine specifiche: beta-amiloide e tau.
Quando si osservano questi segni lo stadio della malattia è già avanzato e al momento non ci sono cure che ripristinano lo stato iniziale. Oggi però è possibile rallentare o fermare questa degenerazione grazie ad una migliore comprensione della natura dell’Alzheimer. Soprattutto si può contare su nuovi approcci preventivi.
Il problema si può sintetizzare in questo modo: a un certo punto i meccanismi di funzionamento dei neuroni si inceppano, il normale ciclo cellulare si sfasa e vengono prodotti scarti tossici che lentamente fanno spegnere il neurone. Per anni i ricercatori non sapevano quale approccio seguire nel trattare i malati di Alzheimer e tutt’oggi non esistono cure chiaramente efficaci.
E’ grazie ad un premio Nobel italiano, Rita Levi Montalcini, se però oggi le strategie di cura hanno trovato una direzione promettente. La Montalcini infatti scoprì negli anni ‘50 l’esistenza del Nerve Growt Factor (NGF) fattore di crescita nervoso. Si tratta di una proteina che gioca un ruolo cardine nello sviluppo e nel funzionamento del sistema nervoso.
Fino a pochi anni fa infatti si pensava che le cellule del sistema nervoso non potessero essere ricostituite, quindi un neurone perduto è perduto per sempre. Ma recenti studi hanno dimostrato che non è vero del tutto.
Gli studi più importanti sono stati fatti su modelli animali, il più usato è quello del pesciolino zebrafish che da questo punto di vista ha un patrimonio genetico molto simile a quello umano. Le ricerche hanno dimostrato come somministrando questi peptidi che in gergo scientifico appartengono alla classe dei fattori di differenziazione staminale, si possano risvegliare le cellule e stimolarle a rigenerarsi e ritrovare il loro naturale ciclo vitale.
Infatti le cellule staminali, quelle che nell’embrione costruiscono tutti i tessuti, restano presenti anche dopo la fase embrionale sebbene in minore quantità. Sono responsabili della crescita nei giovani che ancora producono nuovi tessuti e del ricambio nell’adulto che ogni due anni circa rinnova tutte le cellule del suo corpo. Il ritmo delle staminali è guidato dalla presenza di piccoli peptidi definiti come fattori di differenziazione. Fattori che sono abbondanti nell’embrione, decrescono nell’età adulta e decadono nella senilità. Un decadimento precoce accelera l’anzianità anche nel sistema nervoso e molte speranze sono riposte nella possibilità di integrare questi fattori per fermare il decadimento.
Non esistono ancora cure specifiche per i malati di Alzheimer ma ora ci sono efficaci metodi di prevenzione e rallentamento dell’Alzheimer. Alcuni medici ad esempio hanno messo a punto degli integratori a base di estratti di uova di pesce grazie ai quali si riescono a reintegrare nell’organismo alcuni di questi importanti fattori.
Forse la risposta a un difficile problema come l’Alzheimer potrà essere trovata lungo questa nuova strada.

 

Fonti:

1- Istituto Superiore della Sanità
2- Università di Chieti

 

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